"c'era un senso nell'essere lì e nel lavorare insieme. E per riconoscere che è stato eccitante lavorare con quel capo così strano, materiale e spirituale, concreto ed astratto, ma alla fine convinto che le imprese hanno successo se hanno un sogno. così che quando l'azienda muore il sogno resta, oppure resatano i sogni, a testimoniare che ne era valsa la pena."
(Edmondo Berselli - Prefazione al libro di PierLuigi CELLI Nascita e morte di un impresa in 42 lettere)
è già successo con artigianale, ci stanno provando con indipendente.
il mondo è pieno di piccoli personaggi invidiosi della capacità di altri di affermare la propria originalità, o almeno di provarci.
il fatto è che lo fanno al servizio dei potenti senza nemmeno rendersene conto.
e quindi capisco come la parola indipendenza faccia venire loro l'orticaria.
però anche alcuni colleghi, che non brillano certo per coraggio e libertà di intenti, si stanno buttando sul concetto di indipendente.
il risultato è che si annacqua tutto e un concetto così forte viene svilito.
l'unico modo per far si che indie non faccia la fine di artigianale è definire dei punti che ne delineino i contenuti.
l'indipendenza è economica, trattandosi di attività lucrative, ma anche e sopratutto etica e intellettuale.
si fa riferimento al fatto che i birrifici siano aziende strutturate per fare business e che ciò che fanno sia fatto al fine di fare lucro, per la pecunia insomma.
mi permetto di fare un paio di considerazioni sull'argomento.
la birra rischia di essere una commodity se pensata come prodotto industriale: l'offerta generalizzata di prodotti standard o riferibili a standard (bionda, rossa, e weizen sono l'assortimento base della maggior parte dei birrifici) fa si che la differenziazione di questi sia legata ad artifici comunicativi (tendenzialmente il Km0 è l'ultima moda). un'impostazione di questo tipo fa si che nessuna differenziazione sia possibile; l'idea è di fornire un prodotto solo perchè realizzato in loco?
quale sia il reale valore aggiunto mi sfugge.
se invece il prodotto viene realizzato cercando di esprimere un punto di vista diverso, se cioè la storia del prodotto e del produttore sono prevalenti sul prodotto, allora la questione è a mio avviso un altra.
le considerazioni di business plan e di posizionamento vengono meno perchè è la storia del prodotto che determina il suo valore; che rimane un valore soggettivo attribuito da chi lo acquista che si sente rappresentato o che ritiene che il progetto che sottende il prodotto sia degno della sua attenzione.
questo può essere vero solo se il prodotto ha una storia originale da raccontare, altrimenti è una commodity come la birra industriale appunto.
1) è motivata da un idea
2) è sostenuta da altre persone
3) risponde ad esigenze reali di altri uomini.
in merito al sogno imprenditoriale di badattitude trovo molto meglio citare alcuni passaggi della prefazione di Edmondo Berselli, che valgono come vangelo per la mia visione di impresa:
"...quando un azienda è nuova si può anche tentare di plasmarla in modo completamente diverso. trasformarla in un organismo umano (o adirittura umanistico), dove tutti sono chiamati a loro modo a cooperare, secondo le proprie doti ed i propri talenti.
...il lavoro consente grandi libertà...nulla obbliga chi partecipa a un'impresa a stare insieme, se non il piacere di costruire qualcosa, e di sprigionare la propria individualità nel confronto con il collettivo...."
ed in seguito parlando dell'impresa descritta nel libro
"...un iniziativa inedita, la cui fortuna dipende largamente dalle capacità individuali, dalle doti personali di competenza e di fantasia, di creatività, di inventiva, di buonsenso....."(concetti quelli di competenza e fantasia sui quali tornerò in seguito); di nuovo parlando dell'attitudine di Pierluigi Celli all'impresa:
ed ancora:"...bisogna considerare l'impresa come un aggregato umano particolare, unito da un obiettivo comune e messo in tensione dalle peculiarità personali.... gestire un'impresa significa creare consenso, convogliare energie, convincere sulla giustezza delle modalità....è un operazione marcatamente politica"
"ed è un operazione difficile, faticosa, perchè la creazione di consenso implica una mobilitazione continua di risorse individuali, e l'accettazione di un criterio fondamentale, secondo cui il leader accetta di mettersi in gioco senza esitazioni e senza paracadute intellettuali. vuol dire che il numero uno di una società imprenditoriale allo stato nascente accetta la possibilità di essere giudicato ed eventualmente sfiduciato dai suoi uomini, e anzi li induce a esprimere la quota massima di autonomia individuale. Sollecita suggerimenti e critiche, lascia filtrare ipotesi gerarchicamente scandalose, invita a sbagliare fecondamente piuttosto che asserragliarsi in una sicurezza sterile."la conclusione:
" Il peccato mortale sarebbe il conformismo."marcos
















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