lunedì 13 dicembre 2010

Storie Liquide

 In questi giorni i siti birrofili ed i vari forum pullulano di polemiche sul ruolo dei guru; in altri luoghi si discetta della necessità di una associazione di categoria dei birrifici che possa rappresentarli tutti.
Queste polemiche, cui ho dato il mio contributo, mi hanno fatto riflettere sul perché io faccia birra artigianale, su chi sono i birrai e sul senso di fare l’artigiano oggi.

Spesso il birraio passa buona parte del suo tempo in birrificio, perso dietro le ricette ed i problemi produttivi. Sembra quasi che l’uomo non esista. Sembra che le birre magicamente prendano vita da momenti creativi unici, frutto di non si sa quali alchimie.
L’uomo sparisce. Il prodotto deve essere buono e vendibile.
Nessuno che parli di sé, di come decide di dare vita ad un prodotto che incontrerà altre persone. In particolare, quando ci si ritrova tra professionisti, sono i problemi economici a prendere il sopravvento. E qui la differenza tra industria ed artigiani quasi si annulla. Il profitto, nel senso di ciò che determina il sostentamento dell’impresa prende il sopravvento. La rappresentatività collettiva prevale, in queste sedi, sull’affermazione dei singoli.
E da qui la necessità di un portavoce che sia in grado di fare conoscere i nostri prodotti, di qualcuno che, grazie a non ben specificate qualità, possa fare da traduttore verso la “vulgata” del nostro “verbo”.
Essere un artigiano compenetra tutta la tua ragion d’essere. Non vedi più le cose nello stesso modo; ogni libro, ogni film diventa pretesto di riflessione su ciò che sei, su cosa fai. La vita privata si diluisce nel tuo essere birraio. I ritmi della tua famiglia vengono dettati dai problemi delle “figlie” che hai in produzione.
Non è uguale, non può essere uguale al fare birra industriale.
Ma allo stesso modo non può essere una sola persona, se non tu stesso, a rappresentarti, a rappresentare i tuoi prodotti.
La voglia di guru è forse legittima da parte degli appassionati, che guardano al prodotto che hanno nel bicchiere, ma non la trovo corretta quando la richiesta di avere un guru viene dai professionisti che vedono quest’ultimo come un mezzo per fare business.
Ho sempre pensato che il prodotto che faccio, ma prima ancora quello che acquisto per piacere mio, debba veicolare una storia. Una storia che, raccontandomi chi l’ha realizzato, mi parli un po' di me.
Come consumatore voglio che i prodotti che scelgo risuonino in me, mi raccontino qualcosa delle persone che li fanno, che mi emozionino, e che mi rappresentino.
Mi è capitato di avere una discussione con mia moglie, la quale si lamentava che, durante la notte, spesso io mi alzi a prendere appunti, a riflettere su come completare un prodotto, migliorare un processo; spesso mi capita di prendere appunti mentre viaggio. Capita che mi fermi all’improvviso come folgorato da un idea che immediatamente fisso sull’immancabile taccuino che mi accompagna sempre.
Ho pensato che in fin dei conti l’artigiano, il birraio, è come uno scrittore che piano piano, giorno dopo giorno, trae dall’esperienza quotidiana elementi per le proprie storie: i suoi prodotti altro non sono che parte di un racconto della propria vita, nel quale mette se stesso le sue esperienze. Le materie prime sono solo parte del racconto, limitarsi a dire che sono le migliori non ha senso. I processi di produzione sono la penna con la quale si delinea il profilo della storia.
Le mie birre sono storie liquide. Ogni birra ha una genesi. Di ognuna di esse potrei raccontare come è nata, perché, quali motivi mi hanno portato a fare proprio quella ricetta, cosa mi ha ispirato e perché è diversa dalle altre.
Ogni birra rappresenta, non tanto un unicum creativo, ma un processo che si alimenta continuamente. Il nome, l’etichetta, il packaging, le materie prime scelte sono i capitoli del racconto.
Se affrontiamo le birre solo dal bicchiere ci perdiamo il meglio, il senso del perché quelle birre siano li. Perché il birraio le ha fatte.
Vorrei trovare il modo di far capire perché lavoro cosi.
L’essere birraio oggi, l’essere artigiano oggi, ha un senso solo se ci pensiamo rivoluzionari. Nel vero senso del termine. Se non inseguiamo una rivoluzione, se non cerchiamo di affermare la nostra alterità rispetto all’industria, siamo persi, perfino inutili.
Affermare che la birra artigianale è buona è un errore. Affermare che la birra artigianale è unica è la verità.
Inseguire stili o format narrativi già perseguiti da altri non è di alcun aiuto. Ecco perché rifiuto i guru. Voglio che i miei “lettori” sappiano perché faccio le birre che propongo.
Voglio che chi acquista il mio prodotto sia consapevole del ruolo di ogni persona che lavora con me.
Vedo il mio gruppo di lavoro come una vera e propria band che, dopo aver messo a punto il proprio pezzo, lo replica, volta per volta, cercando di esprimere sempre il proprio modo di essere. Ed ogni replica è unica, a modo suo: lo spartito è lo stesso, il suono anche ma il gusto che mi lascia è di volta in volta nuovo, come un pezzo suonato dal vivo non è mai uguale a se stesso. Riconoscibile ma unico. Questo la birra industriale non lo fa, non lo può fare. Ed in questo è l’essenza della birra artigianale, dell’essere artigiano.
Voglio che ognuna delle persone che lavorano con me sappia di potersi esprimere, sappia di avere un ruolo ben preciso nel creare i prodotti che vendiamo.
E voglio che i nostri prodotti possano incontrare le persone anche fuori dalle cattedrali del gusto, dalle occasioni che spesso rischiano di essere dei ghetti dorati nei quali le persone vengono dopo i prodotti.
L’acquisto, il fatto che qualcuno decida di spendere del danaro per uno dei nostri prodotti lo interpreto come un sostegno alla nostra idea, al nostro ruolo.
Se qualcuno decide di dare del danaro a noi lo fa perché ritiene di voler sostenere noi ed il nostro lavoro; perché ritiene che il nostro lavoro sia importante per lui.
Rimpiango i tempi in cui quando avevi voglia di un buon libro ma non sapei quale scegliere, bastava che tu andassi in libreria, nella tua libreria di fiducia, sapendo che il libraio avrebbe saputo interpretare i tuoi gusti, ti avrebbe consigliato quale libro faceva per te.
Credo che analogo luogo lo abbiano i publican, gli osti, i gestori dei bar che accettano di vendere birra artigianale.
Bello pensare che alla domanda “voglio una birra” questi perdano tempo ad indagare i gusti dei clienti, per proporre loro un prodotto che incontri le loro necessità, i loro gusti.
O che li sappiano sorprendere con birre particolari.

Se questo avviene allora il nostro lavoro ha un senso. Se devo scegliere dei guru allora voglio che questi abbiano la faccia di Andrea de Lortica a Bologna, di Daniele di Bottegas a Milano, di tutti coloro che snobbando le chimere della birra industriale perdono tempo nel prendersi cura dei clienti, scegliendo per loro i prodotti migliori. E non quelli che hanno maggior visibilità o che sono raccomandati dal guru di turno.

8 commenti:

  1. Questo non è un post ma un vero manifesto rivoluzionario! Grandissimi!

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  2. Bello sapere che in questo mondo frenetico e schiavo del dio denaro esiste ancora qualcuno che vive con passione, che ne fa la proprio bandiera e che senza passione non potrebbe vivere!!

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  3. Sei un grande! Io ho il sogno di diventare birraio, ma molto spesso mi chiedo cosa mai potrei dare io in più, cosa potrebbe spingere qualcuno a scegliere le mie birre, visto la mia assoluta mancanza di esperienza e capacità tecniche... e questo mi demoralizza... le tue parole mi fanno capire, cos'è quel qualcosa in più che anch'io posso mettere. chissà magari un giorno anch'io avrò delle storie liquide da raccontare!
    Un abbraccio

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  4. Grazie Tony. So che anche in te alberga uno spirito rivoluzionario. Noi ci siamo...
    Camo: però non mandare copia di questo post al direttore della banca...potrebbe incazzarsi.
    Onbelix: e perché non vieni a fare un po' di esperienza qui? non retribuita ovviamente...solo per passione.
    Marcos

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  5. Non sai quanto lo farei volentieri! Peccato che ho il vizio di mangiare e pagare il mutuo... ;-)
    Cmq ci penserò e sicuramente ti verrò a trovare

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  6. Non ho parole...hai sviscerato il vero spirito che muove te e altri artigiani della birra. e personalmente ti ringrazio per averlo condiviso.
    Per quanto possa valere, porgo il mio appoggio al 100% questa battaglia culturale, in quanto credo fermamente che quello della birra artigianale debba essere un movimento che salga dal basso, dalla gente, da chi la fa e chi la vuole bere per sentire qualcosa, piuttosto che dall'altro o dai canali enogastronomici del nostro Belpaese.
    Forza!!!

    berebirra.blogspot.com

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  7. Dire che mi piace il post è banale. Amen, sarò banale.
    Mi piace.

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  8. Madonna mia che articolo.. dovrebbe essere il manifesto della birra artigianale...
    Si capisce da questo articolo qual'è la tua visione di artigiano e di birra.. e non posso fare altro che trovarmi pienamente daccordo con tutto quello che hai scritto sopra..
    Continua così RIVOLUZIONARIO......

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