giovedì 16 febbraio 2012

zoM(o)BIe

a volte l’ispirazione alberga nei fatti piu strani.
capita cosi che un post dei nostri cari zoM(o)BIe mi faccia riflettere su cosa sia l'azienda per la quale lavoro e quali siano le differenze con le altre.

Elaborare un pensiero, prendere una decisione è l'unità di misura del quotidiano della nostra azienda.
Non tutte le decisioni vengono prese da una persona sola; le varie decisioni non richiedono il Pensiero Unico.
Alcune di esse vengono prese senza che necessariamente tutti siano al corrente della decisione presa.

Ognuno infatti ha una area di pertinenza e le decisioni in quell’area sono prese da lui; lui ne è responsabile e la decisione, se coinvolge altri viene condivisa, normalmente a tavola davanti ad una delle nostre birre, altrimenti è immediatamente operativa.
Tuttavia l'insieme delle decisioni, dei pensieri, risuona in armonia, compone l'essenza stessa dell'azienda e concorre a definire l’azienda e i suoi prodotti nel complesso.
La possibilità di avere una organizzazione di tale tipo richiede che le persone che vi lavorano siano in sintonia tra loro.
Alla base di questa possibilità c’è la competenza e l’estrema fiducia nei colleghi e nelle loro idee.
Le opinioni pubblicamente espresse dal sottoscritto e che riguardano ad esempio slowfood, mobi o unionbirrai, perfino Kuaska, non trovano concordi tutti noi:

Matteo non la pensa come me su molte delle questioni in gioco (in realtà sostiene che io non sia sufficientemente retto per dare giudizi ed io faccio spesso tesoro del confronto con lui);

Damiano ha anch'egli un'opinione difforme; ma essendo l'ultimo arrivato si guarda bene dall'esprimerla. Quando lo abbiamo assunto una delle prime cose che ha chiesto è se in Azienda vigesse il Pensiero Unico. Rassicurato sulla possibilità di esprimere un’opinione difforme da quella rappresentata pubblicamente dal sottoscritto, adesso esagera nell’esercizio di libera espressione!
Roberto e Arti, il nucleo storico del birrificio, non riescono nemmeno a concepire l'utilità di una qualsiasi cosa chiamata “movimento”. Per loro è un’artefatta imitazione di unione di perditempo (me compreso). Pragmatici come sono, abituati a toccare con mano i risultati del loro lavoro, a misurare l'efficienza e l'efficacia delle loro azioni, giustamente diffidano di chi ha per unica missione nella vita quella di produrre aria fritta.

Alessandra, sopporta stoicamente i miei deliri chiedendosi se io sia in realtà un mentecatto senza speranza o se non sia invece colpa del mio analista (che non é nemmeno iscritto all'ordine degli psicoterapeuti). E’ arrivata ad impormi una tassa sull'uso di parole come "Unionbirrai, Mobi, Slowfood, Teomusso, Kuaska", 5 franchi a parola.... (questo post mi costerà una cifra tra i 30 e i 50 franchi); e non considera solo le parole espresse ma anche quelle sottintese!!

Maruska da persona d'ordine quale é non si cura di questioni astratte; rimane basita, pur non essendo una ragazzina, di fronte a perversioni estreme come quella di mettersi dei pifferi nel naso. Unica reazione alle mie filippiche una lieve motilità del muscolo orbicolare della bocca a testimonianza di un fastidio malcelato alla menzione di una qualsiasi delle parole summenzionate.
Ecco la nostra azienda non è di certo figlia del Pensiero Unico.
Abbiamo un obiettivo comune, un quotidiano condiviso e delle differenze personali che ci arricchiscono.
Ognuno dei componenti di questa che non esito a definire “l'azienda per la quale avrei sognato di lavorare”, è stato scelto da tutti gli altri dopo che è stato possibile verificare la compatibilità con il gruppo.

Spesso ci sono discussioni, a volte anche aspre ma alla fine credo di poter dire che siamo tutti contenti della nostra azienda.
Abbiamo scoperto inaspettate doti in ognuno di noi, e sopportiamo (sopratutto loro, sopportano!) i difetti di ognuno di noi.


D’altra parte l’essere artigiani richiede il coraggio delle rivoluzioni.
Se si seguono vecchi stereotipi l’azienda rimarrà sempre una versione edulcorata di un modello imprenditoriale trito che è quello che mette il profitto al primo posto, che prima o poi ti costringe a dover affermare “ è la stessa identica bevanda” oppure “keep on rockin in a free world” per coprire le magagne che sottendono il tuo lavoro.
Le critiche che rivolgo ai colleghi ed alla triade sono proprio quelle di non aver nulla di diverso da dire rispetto ad una qualsiasi impresa di tipo industriale:

si crea un prodotto;
ci si costruisce un immagine attorno;
si distribuisce;
si incassa;
e si ricomincia.
E così facendo si rende inutile la stessa esistenza loro e delle loro aziende.
Noi abbiamo la pretesa di fare diversamente.....


Secondo noi la responsabilità di un artigiano prescinde dalla qualità organolettica delle sue realizzazioni.
Questa è semmai la condizione che consente di essere considerati artigiani: se il prodotto non è buono (inteso come privo di difetti) non vale nemmeno la pena di parlarne.

Il prodotto in se è solo una parte del tutto però.
Considerare solo l’aspetto organolettico è limitativo.
E’ la qualità della proposta in toto che deve essere valutata.
Oggi non abbiamo bisogno di buone birre ma di buone aziende, in cui l’uomo conti ancora; aziende che considerano il territorio (inteso come ambiente umano fatto di collaborazioni e servizi) non come una opportunità da sfruttare (magari per ottenere finanziamenti a fondo perduto) ma come una realtà da arricchire con il proprio operato, creando occupazione, interesse, valore aggiunto.
E farlo affermando se stessi e le proprie idee attraverso i propri prodotti è un grande privilegio.


P.S.:
grazie Fermorestando (o F.)  per l'opportunità che mi hai dato con i tuoi commenti.
In effetti non ho una grande proprietà di linguaggio. Apprezzo i tuoi preziosi insegnamenti.
Una cosa tengo a dire ancora: tenetevi stretti quelli come me che patologicamente perdono tempo a rispondervi; alla maggior parte degli appassionati di birra, alla maggior parte delle persone che sono coinvolte a vario titolo in questo settore di voi non frega un cazzo.




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